ASSOCIAZIONE CULTURALE "ACHERUNTIA"
VIA UMBERTO I - 85011 -  ACERENZA (POTENZA)

INDICE NIBBIO

HOME PAGE

CORTEO STORICO

CATTEDRALE

COPIA DEL NIBBIO IN FORMATO ACROBAT (PDF) STAMPABILE 

AGOSTO 2003

LA MIETITURA

di Anna Monaco

PARTE IL PROGETTO "BORGO ALBERGO"

di Mimmo Chiummiento

I PERIODICI E L'INFORMAZIONE LOCALE 

di Tonino Giordano

TROFEO CALCIO A 5

di Luigi Pomponio

PASSEGGIANDO CON LE NOTE 

di Saverio Monaco

NOTIZIE ... IN BREVE 

 

L'ANGOLO DELLA POESIA 

 

SULLE TRACCE DEL PASSATO

 

QUINDICI ANNI SPESI A FAVORE DELLA CHIESA ACHERUNTINA

di Vincenzo Agatiello

FATE QUALCOSA VOI CHE POTETE!!!!!!!!!

di Milena Milesi

C'È SEMPRE DA NARRARE

di Isa Famularo

LA MIETITURA

di Anna Monaco

 

 

La mietitura, per i contadini di una volta che non avevano nessun contributo dallo Stato, era il momento più importante dell’anno. Il raccolto del grano rappresentava il rifornimento indispensabile per sopravvivere come la pasta e il pane, non a caso si diceva “i n’cessari’ cum’ ru pan’”. Se per tutti i lavori di una volta occorreva tanta manodopera e lo sforzo degli animali, la raccolta del grano era la più massacrante, la mietitura a mano durava qualche mese, seguiva la carratura e la trebbiatura che durava fino a settembre, attorno all’aia si accampavano intere famiglie e trascorrevano un’estate. I mietitori venivano anche da lontano, in genere dalla Puglia o da Avigliano, facevano una vita da cane, si ammassavano in piazza sotto l’orologio in attesa di essere chiamati a lavorare il giorno dopo. La giornata lavorativa durava dall’alba al tramonto, poi riposavano per terra in via Umberto I o in qualche portone usando la giacca per cuscino e tenendosi gelosamente vicino “la fauc’ e la vandir”. Ricordo che molti mietitori i pantaloni li indossavano di sera in paese, durante la mietitura invece andavano solo con i mutandoni colorati legati alle caviglie, le scarpe le mettevano solo per lavorare mentre per strada andavano scalzi. A proposito di scarpe i ragazzi in genere d’estate andavano scalzi le scarpe si risparmiavano per l’inverno, a Novembre si diceva “i rruat’ lu timb d’ li mal vestout”. Tornando alla mietitura per lavorare si formavano le cosiddette Paranze formate da cinque persone di cui quattro mietevano ed uno legava (lu l’and) i mazzetti (scirmt) messi insieme formavano r’ gregn’ (covoni) che sistemate con una certa tecnica formavano la vrredd . Il proprietario appena arrivava al campo faceva tagliare una striscia di grano si faceva spazio sotto un albero, si bagnava e si organizzava la cosiddetta “vrredd la rrobb” una piccola grotta con i covoni ove si metteva tutta la roba al fresco specie il vino che si portava più di due litri a testa al giorno. Dopo questa importante operazione si faceva “lu muzzch” che consisteva in una fetta di pane e una fettina di prosciutto o salame casereccio e un sorso di vino e iniziava in pieno la giornata, intorno alle nove veniva la colazione con pastasciutta, durante il giorno di tanto in tanto si dava da bere accompagnato sempre da qualcosa come un pezzetto di salame, dei taralli semidolci usati esclusivamente per la mietitura. Al termine della mietitura iniziava la carratura, tutto il grano mietuto veniva trasportato all’aia dove si innalzavano delle torri che secondo la forma venivano dette “p’gnoun o cavadditt” e che aveva una chiusura a campanile che se pioveva non permetteva all’acqua di penetrare, vi era un proverbio che diceva : v’rredd p nu mis e p’gnoun p’ n’ann . L’aia non sempre era vicina poi che questa doveva essere in un posto ventilato per permettere di separare il grano dalla paglia che veniva anch’essa ammassata o conservata nelle pagliere e dava da mangiare agli animali per un anno. La trebbiatura avveniva disponendo in cerchio i covoni che venivano calpestati dal mulo o dall’asino bendato, era questa la “p’satour” accompagnata dalla cantilena del contadino che guidava l’animale in questi giri monotoni, a volte si attaccava dietro un rullo detto lu trubbla trubbl . Una parte del raccolto si conservava in casa in contenitori di canne intrecciate detti canacam’r e serviva a soddisfare le esigenze della famiglia, il resto si vendeva o serviva a saldare i debiti avuti durante l’anno. Per tutti questi motivi la mietitura era importante che giustificava un po’ di spese o consumi in più, infatti un proverbio diceva: “quann s’ mit e quann s’ peis non s’ abbadn li terneis”.