ASSOCIAZIONE CULTURALE "ACHERUNTIA"
VIA UMBERTO I - 85011 -  ACERENZA (POTENZA)

INDICE NIBBIO

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CORTEO STORICO

CATTEDRALE

COPIA DEL NIBBIO IN FORMATO ACROBAT (PDF) STAMPABILE 

APRILE 2003

I TRAPPETI

di

Anna Monaco

UN CORTEO DI AMICI

 

CARNEVALE ... FANTASMAGORICO 

di Annalisa Venosa

COMINCIAMO BENE

di Tonino Giordano

ACERENZA É DECISA AD INSERIRSI NEL CIRCUITO TURISTICO MERIDIONALE 

 

NOTIZIE ... IN BREVE 

 

L'ANGOLO DELLA POESIA 

 

I PAESI MULTIETNICI

di Nicola Venosa

I TRAPPETI

di Anna Monaco

SOGNO SVANITO

 

QUALE STAZIONE?

 

Anticamente ad Acerenza c’erano tre trappeti: uno a rampa Mazzini (nei pressi è ancora visibile una macina) che era della famiglia Vosa, quello dei Polosa in via Vittorio Emanuele III, rimodernato è rimasto in funzione fino ad alcuni anni fa, il terzo posto sotto la chiesetta dell’Annunziata apparteneva a don Saverio La Gala.

La raccolta delle olive non era come adesso che si fanno cadere sulle reti, si portano al frantoio e nel giro di qualche giorno l’olio è già a casa; una volta bisognava raccoglierle da terra una ad una e in genere erano donne e bambini che ginocchia per terra e mani gelate erano destinati a questo compito.

Chi aveva molte piante da raccogliere impiegava anche un mese se non nevicava, per cui le olive al trappeto venivano depositate in dei palmenti, dove ammuffivano e si molivano solo quando iniziava la fermentazione.

Gli antichi trappeti restavano aperti per mesi poiché occorrevano tempi lunghi anche per la lavorazione. Le olive venivano messe in una vasca dove c’erano delle ruote di pietra (macine) fatte girare da muli bendati o ciechi, quando la pasta di olive era pronta, mentre i muli riposavano, si versava su un tavolo un po’ concavo detto piatto per non far cadere l’olio che iniziava ad uscire dalla pasta. Quest’olio chiamato lacrima serviva soprattutto per rimedi medicamentosi.

La pasta invece veniva messa sui fiscoli che venivano affilati su una pressa che era una specie di torchio azionato dalla forza di 4/5 uomini, man mano che la pasta oleosa veniva spremuta, acqua ed olio finivano in dei tini di legno, dopo aver decantato, l’olio che era in superficie con un piatto di latta specifico veniva raccolto con molta attenzione per evitare di rimescolarlo nell’acqua. Con barili di legno si portava a casa dove si conservava in pedane di argilla.

Durante la II guerra mondiale, siccome era obbligatorio portare parte della produzione degli alimenti all’ammasso dello Stato, (grano, olio e lardo): di grano non si poteva tenere più di due quintali all’anno a persona (se nel nucleo familiare c’erano bambini si poteva sopravvivere), mentre per olio e lardo circa dieci chili a testa. La gente per tenere un po’ di scorta era costretta a macinare le olive di nascosto. La lavorazione avveniva in modo rudimentale, si prendeva un tino dalla cantina, si metteva capovolto, si lavava per bene, si poneva un sacco di iuta con una diecina di chili di olive per volta e si pigiava a piedi nudi sul sacco versando un po’ d’acqua calda di tanto in tanto per facilitare il lavoro, chi pigiava per evitare di cadere si teneva ad una fune legata al soffitto.

L’olio di allora a mio avviso era migliore perché non aveva acidità in quanto il nocciolo non veni va frullato, nè pizzicava la gola forse perché non essendo riscaldato non usciva fumante e si poteva tenere fino a tre anni senza che diventasse bianco come l’olio per lubrificare i motori.

Si continuano a macinare le olive, solo che il progresso ha eliminato tanti pesanti lavori manuali, i moderni macchinari hanno sostituito i sistemi di una volta solo che l’olio di allora era più genuino di quello di oggi.