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| ASSOCIAZIONE CULTURALE "ACHERUNTIA" | ||
| VIA UMBERTO I - 85011 - ACERENZA (POTENZA) |
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APRILE 2003 |
I TRAPPETI |
di Anna Monaco |
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di Annalisa Venosa di Tonino Giordano ACERENZA É DECISA AD INSERIRSI NEL CIRCUITO TURISTICO MERIDIONALE
di Nicola Venosa di Anna Monaco
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La raccolta delle olive non era come adesso che si fanno cadere sulle reti, si portano al frantoio e nel giro di qualche giorno l’olio è già a casa; una volta bisognava raccoglierle da terra una ad una e in genere erano donne e bambini che ginocchia per terra e mani gelate erano destinati a questo compito. Chi aveva molte piante da raccogliere impiegava anche un mese se non nevicava, per cui le olive al trappeto venivano depositate in dei palmenti, dove ammuffivano e si molivano solo quando iniziava la fermentazione. Gli antichi trappeti restavano aperti per mesi poiché occorrevano tempi lunghi anche per la lavorazione. Le olive venivano messe in una vasca dove c’erano delle ruote di pietra (macine) fatte girare da muli bendati o ciechi, quando la pasta di olive era pronta, mentre i muli riposavano, si versava su un tavolo un po’ concavo detto piatto per non far cadere l’olio che iniziava ad uscire dalla pasta. Quest’olio chiamato lacrima serviva soprattutto per rimedi medicamentosi. La pasta invece veniva messa sui fiscoli che venivano affilati su una pressa che era una specie di torchio azionato dalla forza di 4/5 uomini, man mano che la pasta oleosa veniva spremuta, acqua ed olio finivano in dei tini di legno, dopo aver decantato, l’olio che era in superficie con un piatto di latta specifico veniva raccolto con molta attenzione per evitare di rimescolarlo nell’acqua. Con barili di legno si portava a casa dove si conservava in pedane di argilla. Durante la II guerra mondiale, siccome era obbligatorio portare parte della produzione degli alimenti all’ammasso dello Stato, (grano, olio e lardo): di grano non si poteva tenere più di due quintali all’anno a persona (se nel nucleo familiare c’erano bambini si poteva sopravvivere), mentre per olio e lardo circa dieci chili a testa. La gente per tenere un po’ di scorta era costretta a macinare le olive di nascosto. La lavorazione avveniva in modo rudimentale, si prendeva un tino dalla cantina, si metteva capovolto, si lavava per bene, si poneva un sacco di iuta con una diecina di chili di olive per volta e si pigiava a piedi nudi sul sacco versando un po’ d’acqua calda di tanto in tanto per facilitare il lavoro, chi pigiava per evitare di cadere si teneva ad una fune legata al soffitto.
Si continuano a macinare le olive, solo che il progresso ha eliminato tanti pesanti lavori manuali, i moderni macchinari hanno sostituito i sistemi di una volta solo che l’olio di allora era più genuino di quello di oggi. |
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