Nei tempi antichi o
almeno fino a quando le macchine non hanno sostituito gli animali, la
gente si spostava da un paese all’altro con asini, muli o cavalli a
seconda delle possibilità e delle esigenze. Acerenza era un paese
importante oltre che per la sede arcivescovile, perché aveva diversi
uffici: la Pretura, il Carcere Mandamentale, l’Ufficio del Registro,
il Catasto. Tutti gli abitanti dei comuni limitrofi avevano necessità
di sbrigare pratiche presso qualcuno di questi uffici e si recavano,
naturalmente, a cavallo dell’animale che possedevano. Per potersi
recare negli uffici occorreva lasciare gli animali in un luogo sicuro,
parcheggi custoditi erano proprio le Taverne.
Agli inizi del secolo scorso esistevano diverse
taverne: una era di Restaino, soprannominato "Mast’Antoni’
la tav’rnar" che aveva tre locali grandi in Via Vittorio
Emanuele 3°, nei pressi di Via Cornelio. In uno di questi
alloggiavano gli zingari con le famiglie con gli animali, gli altri
erano utilizzati anche dagli aviglianesi che venivano a comprare il
vino e Restaino faceva anche da mediatore tra i produttori di Acerenza
e i compratori forestieri. Maggiormente venivano con i muli e
caricavano due o tre barili da trenta litri per ognuno. Per coloro che
venivano con i traini, custodiva delle piccole botti da tre/quattro
quintali che, poste sui carri venivano riempite dal vino trasportato
dalle cantine private con il mulo in due barili di cinquanta
litri detti "calitri". Tutto questo è durato fino
agli anni quaranta, quando iniziò il trasporto con i camion. Un’altra
taverna era quella di Oro Silvio, nella curva dei sedili, lì
posteggiavano gli animali, soprattutto coloro che si recavano in
Pretura che raggiungevano salendo per " u m’rrott " (rampa
Mazzini). Quando negli anni cinquanta persero della loro funzione
perché la gente viaggiava in corriere o automobili, il figlio Antonio
trasformò la taverna in "sala da ballo" più che
altro luogo usato per il festeggiamento dei matrimoni che fino ad
allora si svolgevano in abitazioni private. Vi era poi la taverna
detta del "Capitolo" gestita da "M’ngocc’
la Tavern" della famiglia Tedone l’ultimo gestore,
che ricordo, fu Ernesto "Gradei" detto "T’racannedd".
Questa taverna era situata in Via Umberto I nel locale di proprietà
della famiglia Grillo Giuseppe, già negozio alimentare "d n’gecch"
(Francesca Tedone). Questa taverna comunicava con Via Cairoli nel
largo del fontanino detto "d tammun", ricordo ancora quando
da bambini spiavamo la gente che passeggiava per la piazza. Le taverne
inoltre erano anche luoghi di commercio di prodotti orticoli e nelle
giornate invernali gli ambulanti forestieri le utilizzavano anche per
la vendita dei loro prodotti (merceria, stoffe ed altro), avvisando la
cittadinanza del loro arrivo attraverso i banditori.
L’arrivo delle automobili e dei camion ha segnato
la fine del trasporto con gli animali e la chiusura delle taverne, i
primi a possedere, in Acerenza, l’autovettura erano appena tre
famiglie borghesi: L’avvocato don Canio La Gala, don Domenico Glinni
e l’avvocato nonché notaio don Paolo Restaino i quali utilizzavano
raramente gli automezzi, mentre nelle tenute di campagna si recavano
comunque a dorso di cavallo.
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